Salvare i nostri laghi

Nella mattinata di sabato 21 settembre scorso si è svolta una manifestazione pubblica organizzata dal Comitato Protezione Boschi dei Colli Albani che ha visto la realizzazione di una catena umana, formata da circa 200 partecipanti distribuiti lungo il percorso da Piazza Dante a Genzano lungo Via Diana, fino all’altezza del Museo delle Navi, i quali si passavano secchi d’acqua che finivano il loro viaggio svuotandosi nel Lago di Nemi. Questa simbolica “secchiata” ha voluto essere un segno tangibile per sensibilizzare la cittadinanza locale e l’opinione pubblica sulla crisi idrica che ormai da anni sta affliggendo i nostri due bacini lacustri, rispettivamente di Albano e di Nemi, e che si è andata sempre più in maniera allarmante accentuando in questi ultimi anni, causa anche il concorso dell’evidente ed innegabile cambiamento climatico in atto. L’impoverimento dei nostri laghi, comunque, ha una origine eminentemente antropica, causa soprattutto una scellerata gestione delle risorse naturali dei nostri territori: scriteriato sfruttamento delle falde acquifere, spesso effettuato per mezzo di allacci e pozzi abusivi sui quali sin troppo si è chiuso colpevolmente un occhio (o forse tutti e due!); cementificazione selvaggia, condotta con metodi a dir poco criminali, che ha portato alla impermeabilizzazione di innumerevoli ettari di superficie, impedendo così la naturale percolazione delle acque meteoriche attraverso i terreni fino al raggiungimento dei siti di falda; disboscamento e ceduazione, anche questa condotta con metodi brutali e pirateschi, che ha depauperato il nostro patrimonio forestale ed arboreo in una maniera a dir poco oscena. Per chi lo ignorasse, mi permetto far qui presente lo stretto ed inscindibile legame esistente fra lo stato di salute dei nostri boschi e quello delle falde acquifere. Il bosco, come ogni area forestale, rappresenta un potente regolatore del clima: la presenza copiosa di vegetazione porta, attraverso complessi, ma al tempo stesso acclarati, processi di evapotraspirazione delle piante, allo stabilirsi delle condizioni fisiche ottimali per la formazione di quei sistemi nuvolosi, i quali, a seguito di processi di nucleazione, tenderanno a produrre le precipitazioni.

La conoscenza del territorio, delle sue peculiarità orografiche, idrogeologiche, paesaggistiche e climatologiche dovrebbe essere prerogativa irrinunciabile da parte dei rappresentanti delle Istituzioni, dagli Amministratori locali fino alla classe politica ai più alti livelli; purtroppo l’ignoranza in materia dimostrata da chi ricopre quegli incarichi che dovrebbero garantire una corretta e rispettosa gestione delle nostre risorse naturali ed ambientali è sotto gli occhi di tutti. Tale imperdonabile e colpevole ignoranza manifesta i suoi effetti nei disastri ambientali che ricorrono con le periodiche alluvioni, con l’inquinamento incontrollato di intere aree afferenti a siti industriali (il caso ILVA di Taranto non è certo l’unico nel nostro Paese), con il proliferare di discariche più o meno abusive alle periferie di molti centri abitati ed anche in aree di interesse naturalistico. Causa una incapacità e ottusità politica, una corruzione ed anche (non neghiamolo!) una inciviltà diffusa, vi sono vaste aree del territorio italiano profondamente malate, irreversibilmente danneggiate, totalmente inquinate e deturpate; abbiamo in Europa il poco onorevole primato in quanto a territori devastati e siti inquinati. Tutto ciò è soprattutto frutto di politiche scellerate, figlie fra l’altro di collusioni fra politica e malaffare, di una corruzione profonda dello stesso animo del popolo italiano che ha dimostrato ben poco amore ed attenzione per il proprio stesso ambiente, la propria stessa terra. Vi è infatti, come anche riconosciuto da scienziati del calibro di Sandro Pignatti e Renato Massa una responsabilità storica collettiva, dal momento che la politica non fa che rispecchiare, come di norma, le scelte dei cittadini: tale responsabilità è ancora più aggravata dal fatto che moltissimi cittadini sembrano accettare supinamente scelte intraprese dalle Amministrazioni locali, regionali o nazionali senza il benché minimo moto di ribellione, anche quando quelle scelte si rivelano essere a dir poco vere e proprie azioni delittuose nei confronti dell’ambiente.
Tagliare alberi in ottima salute per destinare l’area di un giardino pubblico a parcheggio per autoveicoli è un delitto; sacrificare migliaia di metri quadrati, se non ettari, di territorio per far sorgere un centro commerciale (come se ce ne fossero pochi!) al posto di un parco che potrebbe essere un polmone verde per interi quartieri è un delitto; dare il permesso per fare installare punti di ristoro come chioschi, bar o ristoranti in siti di interesse naturalistico è un delitto; continuare a costruire unità abitative divorando ancora territorio, senza minimamente preoccuparsi di recuperare un abbondante patrimonio edilizio in stato di abbandono è un delitto; non ripiantumare alberi abbattuti per qualsiasi motivo lungo i viali cittadini è un delitto; l’inquinamento e lo sfruttamento incontrollato e scriteriato delle falde acquifere è un delitto.
Ritornando ai nostri laghi qui ai Castelli Romani, è sotto gli occhi di tutti che i nostri due bacini lacustri sono in sofferenza: abbassamento di svariati metri del livello delle acque con perdita di milioni di metri cubi; aumentata concentrazione di inquinanti e di colibatteri; depauperamento della flora acquatica e ripariale; aumento delle alghe rosse con conseguente rischio di fenomeni sempre più marcati di eutrofizzazione delle acque ed anossia per le stesse; depauperamento della falda acquifera. Più di uno studio ha rilevato la dinamica di prosciugamento degli invasi, per cui si prevede fra 10 o 15 anni al massimo la perdita totale del Lago di Nemi, che si trasformerà dapprima in uno stagno salmastro per poi diventare un avvallamento fangoso destinato ad una ineluttabile essiccazione quale tappa finale di una morte annunciata. Naturalmente tutto ciò avrà le sue conseguenze: l’impoverimento della rete di falde acquifere determinerà una penuria nelle forniture idriche locali che andrà a nocumento non solo della nostra agricoltura, ma anche delle utenze domestiche e commerciali. In molti Comuni della Sicilia questo è già successo ormai da anni, come nel siracusano e nell’agrigentino, zone in cui gli utenti vedono arrivare l’acqua nelle proprie case solo per poche ore al giorno e neanche tutti i giorni della settimana. Vorrei chiedere a tanti ristoratori locali se sarebbero disposti ad accettare un simile rischio per i loro esercizi e le loro attività commerciali! Non è inoltre da escludere, vista l’elevata sismicità delle nostre zone, che il totale prosciugamento delle nostre falde acquifere possa portare a fenomeni di instabilità sismica con conseguente aumento del rischio per le popolazioni residenti.
Tutto quanto qui esposto dovrebbe far pensare e far maturare l’idea che, se necessario, occorre manifestare pubblicamente, occorre protestare anche andando in massa presso le Amministrazioni locali, nei Municipi; mobilitandosi nelle scuole con assemblee permanenti e con iniziative in cui i nostri ragazzi prendano coscienza del futuro che li attende; mobilitandosi anche con l’arma dello sciopero, perché è legittimo avanzare rivendicazioni per il futuro dei propri figli, così come è legittimo avanzare rivendicazioni salariali e per la sicurezza sui posti di lavoro. La responsabilità è collettiva, nessuno se ne può tirar fuori: ogni popolo è artefice del proprio futuro.
Lucio Allegretti









