

Esplorazione dell’intelligenza artificiale come strumento e istanza cognitiva nell’arte audiovisiva. Through the Aicon è il primo appuntamento del ciclo Retina Project, una serie di eventi volti alla rivalutazione degli spazi urbani di Velletri attraverso l’arte. Through the Aicon, in particolare, indaga l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento e istanza cognitiva nell’arte audiovisiva tramite la realizzazione di un vero e proprio ecosistema artistico autopoietico, spazio eterogeneo in cui intelligenze umane e non umane si assemblano e co-determinano. Alla performance si giunge gradualmente. Il visitatore accede dall’ingresso principale della Cantina Sperimentale, passando attraverso un arco e seguendo un percorso che lo porterà all’opera performance. Durante il tragitto si inizia a percepire il suono ancora lontano proveniente dalle tracce acustiche della biosfera. Il primo landmark con cui si scontrerà lo spettatore è l’osservatorio: una statua di Sergio Gotti che funge da mirino verso lo spazio della performance. Passato l’osservatorio si arriva finalmente nello spazio quadrangolare che ospita, svettante, il monolite: un imponente quadrilatero sulle cui facce sono apposte due stampe di immagini (icone) generate tramite IA; intorno, quattro postazioni per altrettanti artisti/artigiani chiamati a risolvere figurativamente e diagrammaticamente nelle loro opere il problema interpretativo innescato e rappresentato dalle suddette immagini. Se l’IA simula per definizione la capacità di adattamento dell’uomo, qui è l’artista che si adatta iconicamente alla macchina, e che a sua volta costituirà fonte di modulazione e ispirazione, conferendo al progetto un forte carattere di longevità e continuità. L’intelligenza artificiale, da strumento pratico cui l’uomo delega compiti tediosi e delegabili (appunto), diviene appiglio analogico per l’atto creativo, dilemma che l’artista-artigiano è chiamato a sciogliere nell’artefatto-risultato. Macchina e uomo si scambiano i ruoli, divenendo ciascuno il prompteur dell’altro, in una stortura tipicamente artistica che tuttavia rivela la forte relazione che ci lega alla tecnologia: essa ci magnifica e riorganizza, costituendo e ri-costituendo a mano a mano quell’impalcatura conoscitiva che è lo sfondo della nostra percezione.
Così, in Through the AIcon l’intelligenza artificiale è più di un mero strumento: essa emerge come vera e propria istanza cognitiva nel processo enunciativo. L’artisticità non risiede soltanto nell’artefatto che ne risulta (i prodotti finiti degli artisti/artigiani), ma proprio in questo stesso processo indagatore sul nostro rapporto con l’intelligenza artificiale e con la tecnologia in generale. I quattro artisti interagiscono mediatamente con essa attraverso le immagini, cui cercano di ispirarsi ciascuno con gli attrezzi del proprio fare artistico (pittura, scultura, falegnameria, ecc.), accompagnati e forse ancora ispirati dal sottofondo musicale della biosfera, che li rapporta all’IA in modo presumibilmente più diretto. Sulla diagonale, nel vertice opposto rispetto all’ingresso, risiede infatti la postazione sonora da cui partono i suoni che arrivano a quattro casse audio retrostanti le postazioni creative. Una suite di 45 minuti viene riprodotta per l’intera durata della performance (quattro ore), svolgendo a tutti gli effetti la funzione di colonna sonora. Una colonna sonora nondimeno sui generis, più che empatica, poiché non soltanto partecipa coerentemente al sentimento della performance, amplificando e sostenendo il portato estetico e semiotico delle immagini, ma ne risulta addirittura concretamente influenzata. Ciascuna delle quattro fonti sonore viene infatti mutata nel tempo tramite degli envelope che acquisiscono gli input dalla traduzione in spettrogramma delle figure sul monolite. La biosfera di Through the Aicon si regge sull’atto interpretativo, sul passaggio e mantenimento delle stesse forme di relazioni tra vari attori, umani e non umani, e l’alto grado di intercambiabilità (il chiasma strutturale per cui la macchina genera le immagini e l’artista le reinterpreta nell’artefatto, di contro all’artista che genera una musica alterata poi dall’interpretazione macchinica delle immagini; le immagini stesse generate dall’IA come soluzioni al prompt umano) si erge a indizio e prova del superamento di una certa visione dicotomica tra natura e cultura, tra corpo e macchina. L’opera è il processo stesso nel quale le istanze in gioco si configurano come network actor (Latour parlava proprio di reti di umani e non umani), nodi in accoppiamento strutturale con l’ambiente-intreccio che co-costruiscono e di cui sono “bava e detriti” (alla Eco). Una prospettiva squisitamente ecologica, in cui le differenze tra entità, persone, cose e luoghi, tra me e altro, non sono differenze categoriali di essenza. Sono posizionali, funzionali, più o meno brevi cristallizzazioni dentro campi di forze e di ridefinizioni di forme; un plesso continuo di crescita, sviluppo e decadimento di relazioni. Così, le identità sono multiple, non esiste alcuna ipostasi di ‘io’ e di ‘altro’, di ‘soggetto’ e di ‘oggetto’. Le cose del mondo, tutte, non sono oggetti, sono nodi, intrecci (Perullo 2016, p.5). La performance si configura allora come discorso sull’ambiente (ecologia) nell’ambiente, tracciando un filo diretto da una parte con gli interventi della Land Art degli anni Sessanta e Settanta, dall’altra con le sperimentazioni videoambientali di Nam June Paik e Bruce Nauman, derivate da quella prima corrente.

Nei videoambienti la ricerca si focalizza infatti sull’innovazione delle modalità di messa in scena nello spazio ambientale di immagini e video, con il fine ultimo di innestare nuove esperienze percettive e creare nuove atmosfere visive e sonore. Ciò avviene attraverso l’uso di monitor o proiezioni su schermi multipli o sospesi dove le immagini possono essere viste da più lati oppure essere proiettate su strutture architettoniche. Through the AIcon, seppur aspirando alla creazione di uno spazio singolare ed esperienziale, a metà tra installazione visitabile e performance processuale, vuole ad ogni modo sottrarsi da quell’approccio romantico che, secondo Beardsley, caratterizza il rapporto con la natura della Land Art. Per il critico d’arte statunitense la land art è una forma contemporanea di sublime che, a partire dal ‘700, aveva trovato espressione col pittoresco. L’immagine della natura veicolata dalle opere di land art è quella di una natura primordiale, immensa e potente (Sartoretti 2017, p. 25). Il culturale invade il naturale, straniandone l’ordinaria percezione e ponendolo all’attenzione, ma lasciando del tutto inalterata la dicotomia sottesa, proprio perché lo si evidenzia ponendo una marca, contaminando una natura per definizione incontaminata. Through the AIcon rifiuta di principio l’opposizione. L’ambiente autopoietico allestito non rappresenta una firma culturale nel mezzo del pre-segnico naturale, quanto una nicchia biologica e semiotica in grado di riprodurre al proprio interno strutture e codici né culturali né naturali, un ritornello visivo-sonoro chiuso e al tempo stesso preso in corrispondenza e contrappunto con un fuori. Per quanto spazio chiuso e segnalato, esso non si riduce per costituzione a sé stesso. Si potrebbe paragonare l’evento a un terrario aperto e percorribile, un ibrido tra installazione, performance e happening che implica pianificazione e improvvisazione, evanescenza e riproducibilità, partecipazione e contemplazione. Nella biosfera allestita, tutto diviene nodo e snodo di traduzione e adattamento. Tutto si compenetra.









