“Versetti che fanno discutere”

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Ascensione del Signore

Testo

Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano (Mc 16,14–20).

Commento

Ho scelto uno scritto di Nicola Martella (che insieme a Bernardo Oxenham è fondatore della chiesa evangelica «dei Fratelli»), perché il testo che offre sembra onesto nella stesura e adatto a chiarire questioni legate alle vicende dell’ultimo capitolo del vangelo di Marco. È interessante notare come da Mc 16,9–20 diversi movimenti traggano dottrine fondamentali per il loro modo d’intendersi e d’essere. Le chiese che hanno una concezione sacramentalista del battesimo (p.es. romanesimo, chiesa di Cristo), citano volentieri Mc 16,16: «Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato. . . », affermando che il battesimo sia importante ai fini della salvezza e che comunichi la rigenerazione, la redenzione e/o lo Spirito Santo.

Le chiese che hanno una concezione carismaticista, traggono volentieri da Mc 16,9–20 la concezione secondo cui la chiesa avrebbe un doppio mandato: predicare e guarire, allora come oggi. Eppure questo brano manca nei più antichi e migliori manoscritti e molti studiosi presumono che tale glossa provenga da amanuensi i quali—ritenendo tale Evangelo un po’monco — fecero una sintesi dei fatti postumi (cfr. prenderanno in mano serpenti con l’esperienza di Paolo a Creta; v. 18; At 28,3ss), traendoli dagli altri Evangeli e da alcuni brani degli Atti, e filtrandoli con le idee correnti del loro gruppo d’appartenenza.

Poiché si continuò poi a copiare da tali manoscritti, tali differenti versioni si diffusero. Se si legge una versione ragionata in greco come quella di Nestle–Aland, si vedrà che tale testo è messo tra parentesi quadre, designando i vv. 9–20 come un’aggiunta. Come detto, esistono centinaia varianti di tale testo e inoltre alcuni manoscritti hanno un’ulteriore aggiunta finale (una specie di v. 21, diremmo oggi). Ciò mostra che tale aggiunta è alquanto insicura. È quindi probabile che l’Evangelo originale di Marco terminasse effettivamente con 16,8. Tale dubbio dovrebbe trattenere i credenti dal trarre da tale brano importanti dottrine che poi vanno a caratterizzare particolarmente un certo movimento!

Per la Chiesa cattolica la “finale di Marco” (vv 9–20) fa parte delle Scritture ispirate ed è ritenuta canonica. Questo non significa necessariamente che sia stata redatta da Marco. In effetti la sua appartenenza alla redazione del secondo vangelo è messa in discussione anche dagli studiosi di area cattolica. Se così stanno le cose, le conclusioni di Nicola Martella dovrebbero essere fatte proprie anche da altri, specie là dove una interpretazione letterale del testo potrebbe portare fuori da ogni logica di cristianesimo maturo, arenandosi, come afferma Swete, nella pur “autentica reliquia della prima generazione cristiana”.