34 anni senza verità: la scomparsa di Davide Cervia resta un mistero di Stato

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La sintesi di una storia, spesso, non sta nella narrazione ma più nel tono di voce di chi quella storia può raccontarla. In questo caso, poi, ad avere il compito di narrare una vicenda terribile e disumana è una donna che si è trovata – suo malgrado – protagonista di un turbinio di emozioni negative capaci di stravolgerle la vita in pochi secondi. Tanto, troppo, e ancora oggi dopo 34 anni è li, con una dignità e una sincerità devastanti, chiedere giustizia. Il suo, però, è un grido inascoltato. Una preghiera che nessuno ha avuto la decenza di cogliere, nonostante si tratti di un diritto e non di un favore.

Riavvolgiamo il nastro degli eventi e torniamo al 12 settembre del 1990: a Velletri, in Contrada Colle dei Marmi, vive Davide Cervia, esperto di guerre elettroniche e non semplice elettricista o poco più come lo si voleva dipingere. Lo diciamo subito, per fugare ogni equivoco in principio. Cervia vive insieme alla sua famiglia, composta dalla moglie Marisa Gentile e dai due figli. Nel tornare a casa dal luogo di lavoro, Davide viene assalito dai suoi rapitori, in prossimità del cancello di casa, e di lui spariranno per sempre le tracce. Le ultime testimonianze sono quelle di un vicino di casa – che ha assistito all’agguato – e dell’autista di un bus di linea, a cui le macchine dei rapitori hanno tagliato la strada. L’ultima traccia di Cervia è proprio su via Appia Nord, direzione Genzano.

Cosa è successo a Davide Cervia? Per capirlo è fondamentale appuntarsi le sue qualifiche tecniche, poiché – anche se qualcuno ha provato a bollare quel rapimento vero e proprio come un allontanamento volontario o a sminuire la professionalità di Cervia – era un esperto di guerre elettroniche. Capace di far funzionare macchinari e apparecchiature sofisticatissime, come pochi altri in Italia. Siamo alla vigilia di vari conflitti bellici e oltre ad avere le armi è fondamentale anche farle funzionare. Una deduzione logica, spaventosa e inoppugnabile.

La tesi agghiacciante, percorsa dalla famiglia, è proprio questa. Davide è stato “venduto” insieme alle armi viste le sue competenze specifiche. Non sembrano esserci dubbi ma questa tesi è sostenuta dalla famiglia e basta, però. Anche se la storia è ricca di misteri e incongruenze nessuno sembra voler far luce sugli aspetti poco conosciuti della formazione professionale di Davide Cervia. Non si trovano riscontri alle idee più o meno semplicistiche di allontanamenti volontari, tradimenti, incidenti e quant’altro ma lo stesso Ministero della Difesa tergiversa nell’esibire i documenti che spieghino chi è veramente Davide Cervia e cosa sa fare.

Solo la caparbietà della moglie, insieme ‘Chi l’ha visto?’ all’epoca condotto da Donatella Raffai, riesce a far venir fuori aspetti sconcertanti e tuttavia coerenti con la tesi di partenza per cui Davide Cervia ha delle competenze tali da poter essere effettivamente un elemento indispensabile in un luogo di guerra.
Questa è una brutale e asciutta ricostruzione utile a raccontare una storia per cui si chiede ancora giustizia, perché – per dirla senza troppi giri di parole – dimostra come possa assurdamente capitare che un giorno qualcuno dei cosiddetti (tanto decantati e ridicolizzati mediaticamente) poteri forti abbia bisogno di un cittadino e lo prelevi strappandolo alla sua vita, ai suoi affetti e alle sue passioni e facendone perdere le tracce.

Negli ultimi anni la famiglia Cervia non si è arresa, seppur abbia avuto un supporto minore o inesistente da parte di istituzioni e stampa nazionale, che in verità hanno sempre mostrato una prudenza eccessiva intorno a questa storia.

Che fine può aver fatto Davide Cervia? Secondo alcune teorie potrebbe effettivamente essere ancora vivo. Le sue competenze, adeguatamente aggiornate e convertite ai tempi attuali, possono vederlo ancora determinante per l’utilizzo di apparecchiature elettroniche belliche. Altre tesi, invece, propendono per un omicidio dopo la sua “consulenza forzata”. Altre ancora per una morte, dovuta magari a incidenti di guerra. Fatto sta che un corpo non è mai stato ritrovato e questo, oltre ad infittire il mistero, può alimentare le speranze sulla sua esistenza in vita.
Qualche anno fa la storica sentenza di condanna nei confronti del Ministero il simbolico risarcimento di un euro nei confronti della famiglia, consegnato dall’allora Ministro della Difesa Elisabetta Trenta nelle mani di Marisa Gentile. Lo Stato dice “ho sbagliato”. Non è stato riconosciuto il diritto alla verità. Una roba storica. Poteva sembrare un nuovo inizio, invece è stato l’inizio della fine. Come spesso ripetuto dal Comitato per la verità, fatto di giornalisti, amici e cittadini al fianco della famiglia e dalla famiglia stessa, “di Davide Cervia non si deve parlare”.

“Purtroppo non c’è più stato alcuno sviluppo”, ci dice Marisa Gentile, intervistata dalla nostra Redazione il giorno prima del triste anniversario. “Dopo la condanna del Ministero della Difesa da parte del Tribunale Civile di Roma e la cerimonia di risarcimento, seppur simbolico, da parte dell’allora Ministra Trenta non c’è stato più niente. L’unica cosa che mi sento di dire, a distanza di 34 anni, è che la nostra famiglia ha fatto sforzi veramente sovrumani per cercare di far venir fuori questa storia e chi ha seguito la vicenda sa benissimo quanti sforzi personali, economici e anche emotivi ciò ha comportato”. “Affrontare tutto quello che abbiamo affrontato, per persone comuni come noi non abituate alle luci della ribalta, è assurdo. La mia deduzione è che è un caso esiste solo quando la grande stampa ne parla e la grande stampa, prona ai poteri, ha deciso di non parlarne più e quindi di non farlo esistere. Se era interesse dei poteri tenere il caso nascosto la stampa ha obbedito e cercato in tutti i modi di non dare risalto a anche alle grandi cose a cui siamo arrivati. La condanna di un Ministero della Repubblica”, ha aggiunto Marisa, “non è cosa di tutti i giorni e la motivazione è importante per tutti i cittadini perché la sentenza sul caso di Davide Cervia sancisce un diritto fondamentale riconosciuto dalla costituzione per tutti i cittadini italiani, il diritto alla verità. Chiunque si potrebbe trovare nelle nostre condizioni e chiunque deve avere il diritto alla verità”.

12 settembre 1990, 12 settembre 2024. Dopo 34 anni storia di Davide è ancora una ferita aperta, dolente, dura, inaccettabile. Ma la rassegnazione non arriverà mai per chi crede nella giustizia e nell’onestà.